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Starman review
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Starman

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Starman (Starman)

1984
USA
Regia: John Carpenter.
Produzione: Columbia Productions, Delphi Productions II.
Sceneggiatura: Bruce A. Evans, Raynold Gideon (Dean Riesner non accreditato).
Fotografia: Donald M. Morgan.
Montaggio: Marion Rothman.
Scenografia: Daniel Lomino.
Effetti speciali: Bill Lee, Kevin Quibell, Dick Wood, David Simmons.
Effetti speciali visivi: Industrial Light & Magic.
Effetti speciali di make-up: Dick Smith, Stan Winston, Rick Baker.
Coordinamento effetti speciali: Roy Arbogast.
Supervisione effetti speciali: Bruce Nicholson.
Musica: Jack Nitzsche.
Costumi: Andy Hylton, Robin Michel Bush.
Make-up: Peter Altobelli.
Assistente alla regia: Larry Franco, Jeffrey Chernov.
Regia seconda unità: Joe Alves.
Produttore: Larry Franco.
Produttore esecutivo: Michael Douglas.
Produttore associato: Bruce A. Evans, Raynold Gideon.
Cast: Jeff Bridges (Starman), Karen Allen (Jenny Hayden), Charles Martin Smith (Mark Sherman), Richard Jaeckel (George Fox), Robert Phalen (maggiore Bell), Tony Edwards (sergente Lemon), John Walter Davis (Brad Heinmuller), Ted White (Deer Hunter), Dirk Blocker (primo poliziotto), M.C. Gainey (secondo poliziotto), Sean Faro (Hot Rodder), Buck Flower (cuoco), Russ Benning (scienziato), Ralph Cosham (ufficiale di marina), David Wells (assistente di Fox), Anthony Grumbach (ufficiale Nasa), Jim Deeth (pilota), Alex Daniels (benzinaio), Carol Rosenthal (cliente del benzinaio).
Distribuzione: Columbia Pictures.
Durata: 115’.


La genesi:

L’eccezione:

Realizzato su commissione per la Columbia dopo uno stravolgimento del soggetto originale [1], Starman rappresenta una vera e propria eccezione nella filmografia di Carpenter.

Il set:

A condizionare la scelta dei set è la vicenda stessa, insolitamente strutturata come un viaggio.
Suddiviso tra Nevada, Arizona e Tennessee, l’itinerario prevede spazi ampi ed aperti che nulla hanno a che vedere con i rarefatti set tipici della prima produzione carpenteriana.
Gli scenari notturni e claustrofobici vengono temporaneamente abbandonati, così come la condizione di isolamento (dell’individuo e dell’anima) ad essi associata.

Il tema:

“ I film sono emozioni, un pubblico dovrebbe piangere, ridere o spaventarsi. Penso che il pubblico dovrebbe proiettarsi nel film, in un personaggio, in una situazione e reagire. […]
Non credo che il cinema sia un mezzo per comunicare messaggi. […] Il cinema è un mezzo per trasmettere sensazioni. “
[2]

J. Carpenter



In perfetto accordo con queste parole, Carpenter realizza una storia intima, umana, che mira dritto al cuore dello spettatore.
Non una semplice commedia romantica, ma una vera e propria indagine sull’essenza stessa dell’amore.
Amore che, con imparagonabile potenza, fa la sua prima [3] incursione nell’universo carpenteriano, stemperando la visone da incubo solitamente associata agli organismi alieni ideati dal regista.
Interessante è il motivo che spinse Carpenter ad accettare la realizzazione del film: la straordinaria somiglianza del soggetto con It Happened One Night (Accadde una notte, 1934) di Frank Capra.
Motivazione curiosa, ma non insolita, in quanto riconducibile ad una costante della filmografia carpenteriana: il citazionismo.


La regola:

Il citazionismo:

Attratto dai cineasti americani classici [4], appassionato di science fiction anni ’50, Carpenter non esita a disseminare il film di sottili riferimenti a grandi capolavori del passato.
Nella scena della camera d’albergo, la televisione trasmette un breve spezzone [5] di From Here to Eternity (Da qui all’eternità, 1953) di Fred Zinnemann. A pochi centimetri di distanza, Starman osserva lo scorrere delle immagini, scoprendo un altro poetico tassello dell’universo (amoroso) umano.
Durante il viaggio, la Monument Valley troneggia per qualche istante alle spalle dei protagonisti, in un sottile omaggio al cinema di Ford, mentre il luccicante regno del gioco d’azzardo (Las Vegas) rievoca le nostalgiche atmosfere del nuovo cinema americano anni Settanta.
Bizzarra coincidenza, il cognome del regista (Carpenter) è identico al falso nome scelto da Klaatu (protagonista di The Day the Earth Stood Still ) per mascherare la sua vera identità.
Al di là del fato, esiste un effettivo punto di comunanza tra The Day the Earth Stood Still e Starman: entrambi gli esseri alieni (Klaatu, Starman) faticano a comprendere l’irrazionalità del comportamento umano.
Tutto ciò non deve però trarci in inganno. Dalla citazione della sequenza iniziale [6] alla visione in soggettiva, Starman fa costantemente riferimento ad un vero e proprio gioiello della fantascienza anni ’50: It Came from Outer Space, di Jack Arnold.

“ Nel 1953, in un teatro di Rochester, New York, mia madre mi portò a vedere Destinazione Terra in 3-D.
La prima inquadratura del film che io ricordo è un campo lungo di un panorama desertico. La macchina da presa sta panoramicando orizzontalmente su una meteora che dal cielo precipita verso la Terra. La seconda inquadratura è della meteora che sta venendo dritta contro la camera ed esplode.
Nel 1953 quella meteora uscì fuori dallo schermo ed esplose sulla mia faccia. Abbandonai mia madre e schizzai fuori nel corridoio per la paura. Ma quella volta … io mi innamorai del cinema. “
[7]

J. Carpenter



Diverso è l’atteggiamento del regista verso The Thing from Another World (La cosa da un altro mondo, 1951), prima ed unica incursione di Howard Hawks nella fantascienza.
All’ostilità della cosa hawksiana Carpenter contrappone un essere puro, autentico, una sorta di nuovo messia alla ricerca di una forma di comunicazione, forma di comunicazione che troverà appunto nell’amore …

La musica:

... Ma l’amore non è sufficiente a rendere l’ordine terrestre accostabile
a quello immaginato ...
.. ed ecco allora un profondo senso di insoddisfazione pervadere l’intera pellicola .. ed essere prontamente sottolineato dal brano I Can’t Get No Satisfaction, sulle cui note scorrono le immagini iniziali del film (tragitto del Voyager 2 prima e della navicella di Starman poi).
Dal rock’n’roll dei Rolling Stones alla delicata melodia finale, la musica assume ancora una volta [8] un ruolo fondamentale, divenendo amplificatrice di quelle emozioni da Carpenter stesso citate.
Trasportati in un mondo insolitamente dolce, non ci resta che sognare [9] .. e chissà che i nostri non diventino realtà …
_______________________________________________

[1] Scritto da Bruce A. Evans e Raynold Gideon, il soggetto originale prevedeva un totale sterminio del governo ad opera del protagonista.
Insoddisfatto del lavoro svolto dagli autori, Carpenter opta per un’umanizzazione del soggetto (portata a termine da Dean Riesner, abile sceneggiatore hollywoodiano più volte collaboratore di Don Siegel e Clint Eastwood).
[2] Fabrizio Liberti, John Carpenter, Il Castoro, Milano, 2003, p. 5.
[3] Ed unica (con la parziale eccezione di Memoirs of an Invisible Man, 1992).
[4] A. Hitchcock, H. Hawks, J. Ford, O. Welles ecc .. cui si dovrebbero aggiungere alcuni cineasti europei come L. Buñuel e R. Polanski.
[5] Il leggendario bacio tra Deborah Kerr e Burt Lancaster.
[6] L’astronave aliena piomba verso la macchina da presa come una meteora impazzita.
[7] Fabrizio Liberti, John Carpenter, op. cit., p. 5.
[8] Dopo Dark Star (1975), Elvis the Movie (1979) e Christine (1983).
[9] All I Have To Do Is Dream (The Everly Brothers,1958) il brano che accompagna la proiezione del filmino girato prima della morte di Scott.
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Added by La Dame Blanche
6 years ago on 5 March 2011 15:50




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